giovedì, ottobre 12, 2006

DEBITO ESTERO





DEBITO ESTERO




DEBITO ESTERO


In coerenza con gli Standard di diffusione delle statistiche (SDDS) richiesti dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), i dati sul debito estero del paese devono essere diffusi al pubblico, con periodicità trimestrale e tempestività di tre mesi. I dati sulla consistenza a fine dicembre 2002 costituiscono l'inizio della serie storica che viene diffusa sul sito Internet dell'Ufficio Italiano dei Cambi. Le stesse informazioni saranno regolarmente diffuse dal
FMI
attraverso il proprio sito.



Le informazioni su ciascun trimestre, rese note alla fine del trimestre successivo secondo il calendario anticipato previsto, sono provvisorie. Esse sono riviste regolarmente con la pubblicazione del trimestre seguente. Alla fine di ogni anno sono oggetto di ulteriore revisione le consistenze del primo trimestre e quelle relative all'ultimo trimestre dell'anno precedente.



L'articolazione dei dati è in linea con le richieste SDDS. La consistenza del debito estero è ripartita per settore residente (amministrazioni pubbliche, autorità monetarie, altre istituzioni finanziarie monetarie e altri settori) che detiene la passività, per durata originaria (breve e lungo termine) e per strumento (strumenti del mercato monetario, obbligazioni, prestiti, valute e depositi, crediti commerciali, altre passività). Una specifica voce identifica la consistenza delle passività non azionarie legate ad investimenti diretti, senza alcuna ripartizione settoriale.



Le definizioni adottate e la metodologia di costruzione sono conformi alla Guida alla compilazione disponibile sul sito del
FMI
e alla quinta edizione del Manuale FMI sulla Bilancia dei Pagamenti. L'aggregato è inoltre coerente con le statistiche della posizione verso l'estero, diffuse semestralmente, di cui il debito estero rappresenta un sottoinsieme. Esso infatti, a differenza della posizione verso l'estero, non comprende i derivati e la componente azionaria. Parziali differenze tra i due sistemi di statistiche sono dovute al diverso grado di provvisorietà
dei dati e alle diverse periodicità e tempestività di pubblicazione.

 

 


DEBITO ESTERO


(milioni di euro)



































































































































































































































































































































































Consistenze al


Consistenze al


Consistenze al


Consistenze al


VOCI


30/09/2005


31/12/2005


31/03/2006


30/06/2006


Debito estero


1.417.091


1.427.728


1.504.902


1.539.323


Amministrazioni Pubbliche


709.124


700.691


738.034


754.080


Breve termine


88.279


74.221


90.685


86.284



Strumenti mercato monetario (*)



85.002



70.908



87.313



82.902



Prestiti



3.230



3.230



3.278



3.278



Crediti commerciali



23



22



29



39



Altre passività



24



61



65



65


Lungo termine


620.845


626.470


647.349


667.796



Obbligazioni (*)



617.972



623.896



644.959



664.979



Prestiti



2.781



2.573



2.389



2.816



Crediti commerciali



0



0



0



0



Altre passività



92



1



1



1


Autorità monetarie


482


1.829


1.800


1.467


Breve termine


482


1.829


1.800


1.467



Strumenti mercato monetario



0



0



0



0



Prestiti



371



1.616



1.659



1.375



Valute e depositi



63



89



63



71



Altre passività



48



124



78



21


Lungo termine


0


0


0


0



Obbligazioni



0



0



0



0



Prestiti



0



0



0



0



Valute e depositi



0



0



0



0



Altre passività



0



0



0



0


Altre istituzioni finanziarie monetarie


424.526


426.434


463.490


475.457


Breve termine


282.730


273.853


294.212


294.662



Strumenti mercato monetario



31



24



15



19



Prestiti



42.948



41.014



47.810



39.920



Valute e depositi



201.812



195.700



213.315



223.903



Altre passività



37.939



37.115



33.072



30.820


Lungo termine


141.796


152.581


169.278


180.795



Obbligazioni



40.630



48.213



60.437



68.563



Prestiti



55.456



57.100



56.595



59.185



Valute e depositi



45.710



47.268



52.246



53.047



Altre passività



0



0



0



0


Altri settori


248.430


260.304


260.519


264.935


Breve termine


93.330


98.055


101.186


101.274



Strumenti mercato monetario



51



51



51



51



Prestiti



59.955



59.738



61.385



57.284



Valute e depositi



0



0



0



0



Crediti commerciali



22.866



24.734



26.371



30.216



Altre passività



10.458



13.532



13.379



13.723


Lungo termine


155.100


162.249


159.333


163.661



Obbligazioni



121.989



126.102



125.568



128.133



Prestiti



26.658



28.179



25.525



27.282



Valute e depositi



0



0



0



0



Crediti commerciali



1.573



1.598



1.372



1.156



Altre passività



4.880



6.370



6.868



7.090


Investimenti diretti


34.529


38.470


41.059


43.384



Passività non azionarie verso impr. partecipate



0



0



0



0



Passività non azionarie verso investitori diretti



34.529



38.470



41.059



43.384


(*) La ripartizione tra strumenti di mercato monetario e obbligazioni è stimata e soggetta a revisioni.



Roma, 29 settembre 2006





La Finanziaria riavvicina Berlusconi e Casini Commercialista Olbia


Commercialista Olbia Sulla carta è il pranzo della riconciliazione, l'incontro che serve a far sedere allo stesso tavolo, dopo una lunga lontananza, Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini. Un incontro atteso su cui si concentrano gli sguardi della comunità politica del centrodestra, curiosa di capire quali saranno i termini della coabitazione, per molti aspetti forzata, dei due leader di partito all'interno della stessa coalizione. Negli ultimi due mesi, infatti, a parte una telefonata di cortesia che il numero uno dell'Udc ha indirizzato al fondatore di Forza Italia nel giorno del suo settantesimo compleanno, la comunicazione tra i due è stata praticamente inesistente. Con Gianni Letta investito dell'incarico di ufficiale di collegamento. Ora, però, con l'inizio della stagione della Finanziaria, un raccordo al massimo livello è quantomai indispensabile. E così la lunga estate calda di schermaglie e interviste affilate cede il passo al dovere della politica e alla necessità di concertare una strategia comune in vista della battaglia d'aula.
Il pranzo di lavoro fra Silvio Berlusconi e i leader dell'Udc, Pierferdinando Casini e Lorenzo Cesa va in scena nella residenza-ufficio del presidente di Forza Italia a Palazzo Grazioli. Il clima è cordiale, anche se l'ex presidente del Consiglio, in mattinata, salutando i coordinatori regionali di Forza Italia, prima si lascia sfuggire una battuta tra lo scherzoso e il velenoso: «Non vi preoccupate: vado all'incontro con Casini dotato di tutta la pazienza di cui un essere umano può essere capace». Poi detta una considerazione politica sui rapporti interni alla Casa delle libertà. «Casini non ha ancora capito che il sistema politico italiano è profondamente bipolare. E che c'è spazio solo per due leader: uno del centrodestra e uno del centrosinistra. Con gli alleati che ho non è facile procedere attraverso un percorso lineare. Si dissociano in tutti i modi. Non so davvero Casini cosa pensa di fare. Il punto è che sta perdendo i suoi elettori: a quanto mi risulta attualmente è al 5% mentre Forza Italia è al 28,5%».
Alla prova dei fatti Berlusconi e Casini si ritrovano a parlare di politica senza asperità dialettiche e con la cordialità umana che contraddistingue il loro rapporto. Naturalmente le divergenze sul futuro del centrodestra, a partire dalla leadership della Cdl (che per il numero dell'Udc «non esiste») fino alla costituzione del soggetto unitario dei moderati, restano tutte. Ma in vista di una manovra che l'opposizione considera negativa per lo sviluppo economico del Paese e punitiva per il ceto medio, il dialogo si concentra su una serie di emendamenti su cui far convergere tutto il centrodestra. Emendamenti che riguarderanno soprattutto gli interventi a tutela delle giovani generazioni sul fronte della previdenza con il cosiddetto «start-up familiare», ovvero gli incentivi per le giovani coppie e la reintroduzione del bonus bebè. Ma anche l'allargamento degli assegni familiari ai disoccupati e agli autonomi oltre all'eliminazione del trasferimento forzoso del Tfr all'Inps e il ripristino della normativa attualmente vigente sulle tasse di successione.
«Sulla Finanziaria non possiamo che procedere uniti, i nostri elettori non capirebbero» concordano i due leader. L'incontro, secondo fonti azzurre, è, in realtà, «molto interlocutorio» e le differenze, restano intatte. Casini ribadisce all'ex premier tutte le sue perplessità sull'assetto del centrodestra, che nella fase attuale «è superato». Comune invece, la volontà di impegnarsi per cambiare, in primo luogo in Parlamento, l'impianto della Finanziaria del centrosinistra. Solo marginale invece, il riferimento al ricorso alla piazza come forma di protesta. In questo senso, comunque, non sarebbe stata presa nessuna decisione comune.
Sul versante dei rapporti tra gli alleati, Berlusconi resta fermo sull'idea che unire i moderati in un unico soggetto è la strada da percorrere. Una tesi ribadita in mattinata nell'incontro avuto da Berlusconi con lo stato maggiore di Forza Italia. Un summit in cui il leader azzurro ribadisce la necessità di procedere alla costituzione del partito unitario del centrodestra. «È un passaggio necessario» insiste Berlusconi. «Bisogna far partire i circoli della libertà perché sono i nostri stessi militanti a chiederlo. An è già pronta, la Lega potrebbe aderire seppure in forma federativa in un primo momento, mentre l'Udc non mi preoccupa, perché saranno gli elettori con le loro scelte a far capire che c'è bisogno di unità». La strada, insomma, è tracciata. E prima o dopo, spiega il Cavaliere, tutti saranno costretti a imboccarla.

martedì, ottobre 10, 2006

Un deputato su tre si droga Commercialista Olbia


Commercialista Olbia Un onorevole su tre fa uso di stupefacenti, prevalentemente cannabis ma anche cocaina: è il risultato di un test eseguito, a loro insaputa, su 50 deputati (ovviamente top secret i nomi) dalle «Iene», che ne proporranno i risultati nella prima puntata della nuova serie del programma, questa sera su Italia 1. Il test, eseguito con uno stratagemma, è il drug wipe, un tampone frontale con «infallibilità del 100%». Ma il programma annunciato ha innescato la miccia politica, con richieste di sequestro e denunce di violazione della privacy.

Il segretario Ds, ospite a «Porta a Porta», sgrida Vespa che manda in onda la protesta dei sindaci: così è fazioso Commercialista Olbia


Commercialista Olbia Il segretario del Ds ospite di Porta a Porta attacca Vespa: Motivo: aver mandato in onda le proteste dei sindaci. Secondo Fassino si è trattato di una scelta «faziosa». Ancora tensioni anche sulla Finanziaria. Il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa rivela che il trasferimento del Tfr all'Inps era stato concordato con Confindustria. Ma gli imprenditori reagiscono: «È una menzogna»

Corte dei conti: troppe imposte deprimono la crescita

Troppe imposte deprimono la crescita economica.

La Corte dei conti boccia senza appello la Finanziaria. Per la magistratura contabile, la scelta del Governo di puntare la manovra economica soprattutto sulle maggiori entrate «determina due implicazioni di segno molto negativo: si deprime la crescita e si favorisce l'aumento della spesa». Lo ha detto a chiare lettere il presidente della Corte dei conti, Francesco Staderini, nel corso dell'audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato. «In primo luogo - ha detto Staderini - un’azione correttiva orientata sul prelievo fiscale è destinata a incidere in senso maggiormente depressivo sulla crescita economica. E secondo la Relazionale previsionale e programmatica, nel 2007 il Pil crescerebbe solo dell'1,3 per cento. In secondo luogo, ancora nel 2007, dopo la forte espansione in atto, si registrerebbe una crescita della spesa pubblica, che difficilmente vedrebbe ridurre la propria incidenza sul Pil».

Nel 2007 pressione fiscale oltre l’1%

Se si considera anche la finanza locale, circa l'80% della manovra economica proviene da maggiori entrate. Staderini ha spiegato infatti che la dimensione dei risparmi attesi da maggiori entrate «non è inferiore per il 2007 a 20-22 miliardi, vale a dire i due terzi della manovra correttiva lorda» (nella Relazione l'entità è rimasta ferma a 33,4 miliardi di euro, mentre invece è salita a 34,7 miliardi). Per la Corte, «nell'ipotesi di un ricorso degli enti territoriali alla leva fiscale questa incidenza sarebbe destinata a crescere fino a valori prossimi all'80% del totale. La pressione fiscale, già in crescita nel 2006, potrebbe aumentare ancora per più di un punto percentuale nel 2007». Ciò avrebbe un effetto depressivo sulla crescita e non farebbe diminuire il trend di ascesa della spesa pubblica.

Enti locali penalizzati

La Finanziaria, secondo Staderini, «penalizza eccessivamente gli Enti territoriali maggiormente indebitati». Occorre perciò trovare misure compensative per tenere conto di queste realtà. È «difficile» che gli enti locali, in particolare i Comuni, riescano a raggiungere gli obiettivi fissati dalla Finanziaria senza aumentare le tasse, ha affermato ancora Staderini. «I Comuni dovranno fare dei risparmi ma anche contenendo la spesa è difficile che non ricorrano alla leva fiscale. La mia è una visone realistica». E la Corte intravede un pericolo aggiuntivo: «In alcuni casi il conseguimento degli obiettivi finanziari si rileverà difficile per gli enti locali nonostante le addizionali».

Bene la lotta all’evasione

Le misure di contrasto all'evasione e all'elusione fiscale contenute del decreto legge collegato alla Finanziaria vanno nella giusta direzione a patto che l'amministrazione finanziaria si muova «sulla strada, da tempo suggerita dalla Corte, di applicare all'azione anti evasione le modalità proprie della pianificazione strategica e del controllo di gestione». Il contrasto all'evasione è quindi giudicato dalla magistratura contabile «indispensabile» e le misure contenute nel decreto «appaiono per lo più condivisibili e di sicura efficacia. Esse servono - ha aggiunto Staderini - opportunamente a chiudere varchi o a creare barriere all'evasione».

Subito la riforma delle pensioni

In Italia «l'età media di pensionamento è più bassa che altrove. È un dato cui occorre rimediare al più presto perché in altri Paesi, dove la media di pensionamento è più alta, nonostante questo si stanno attuando misure per elevare ancora l'età di pensionamento», ha sottolineato il presidente della magistratura contabile. Per questo la Corte dei Conti sollecita il Governo a mettere mano alla riforma delle pensioni sottolineando come «i tempi di maturazione delle riforme della spesa, nei settori critici, siano significativamente accorciati». Tra i «possibili interventi correttivi» Staderini ha posto l'accento sulla «attenzione crescente che, anche in altri Paesi, va assumendo l'innalzamento dell'età pensionistica»

giovedì, ottobre 05, 2006

Montezemolo: troppe imposte sulle imprese, bisogna riformare lo Stato

«La crescita la fanno le imprese ma abbiamo bisogno di sentire un po’ di tifo, in Italia, nei confronti di chi rischia e intraprende, di chi compete, innova ed esporta.
Ne hanno bisogno soprattutto le Piccole e medie imprese sottoposte al rischio della globalizzazione e che pagano oggi dimensioni troppo piccole». È il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, nel corso del convegno "2010: il volto dell'Italia", organizzato dal comitato Leonardo, a ribadire come le imprese debbano tornare al centro della politica di sviluppo.«Per redistribuire la ricchezza - aggiunge - bisogna prima crearla». Ma come fare, «ma come pensare di rimettere le imprese al centro se oggi sono appesantite da tasse dirette e indirette come mai in Europa?», si chiede ancora Montezemolo che ribadisce come «da cinque anni si parla di abolire l'Irap, ma l'Irap è sempre lì».Per Montezemolo a mancare è anche una profonda riforma dello Stato. «Il vero imprenditore - prosegue - dice che è bene pagare le tasse, che chi ha di più paghi di più e che è bene la lotta all'evasione ma tra tante riforme di cui sentiamo parlare la più importante è quella della riforma dello Stato. Abbiamo necessità di uno Stato più snello, meno burocratico, più capace di intrapendere e che preveda più meritocrazia».Perché, in sostanza per Montezemolo «gli italiani vogliono un Paese che funzioni meglio, vogliono che non ci si metta d'accordo solo sull'indulto per far uscire i delinquenti dal carcere ma che si trovi un'intesa sulle scelte di fondo per un Paese più competitivo».Solo un Paese che cresce infatti, potrà farsi carico di chi ha bisogno e di chi non ha: «se pensiamo invece che un vestito già liso si possa aggiustare solo con delle toppe, senza riforme... le non scelte di oggi le pagheremo care tra 10-11 anni». Per il leader degli industriali, dunque, «c'è bisogno del coraggio delle scelte. Al Paese deve arrivare un messaggio forte, coraggioso, coerente».

Lavoro: firmato accordo stabilizzazione 'call center'

E’ stato firmato alla presenza del Ministro del Lavoro l’Avviso comune di Confindustria e Cgil Cisl Uil per la stabilizzazione del lavoro nel settore dei call center. Il Ministro ha dichiarato: “Le Parti sociali hanno compiuto un atto importante che, consente di definire percorsi di stabilizzazione del lavoro in coerenza con la circolare da me emanata il 14 giugno scorso. Si dà, attraverso la contrattazione aziendale, una risposta ai giovani lavoratori che chiedono giustamente una corretta applicazione dei contratti di lavoro e la possibilità di costruire un futuro di certezze. Ho già provveduto ad inserire nella legge finanziaria, approvata venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri, una norma che favorisce la stabilizzazione del lavoro parasubordinato, non soltanto nei call center, ma in tutti i settori di attività. A tal fine la finanziaria prevede un apposito stanziamento di risorse. Si completa in tale modo un’azione di stretto collegamento e di coerenza tra l’azione sindacale di contrattazione e l’ iniziativa legislativa, che consentirà di dare le migliori risposte contro la precarizzazione del lavoro. Questa misura si rapporta strettamente al taglio delle tasse sul lavoro inserito in finanziaria e collegato, come è noto, al rapporto di lavoro a tempo indeterminato”. Roma, 4 ottobre 2006

Il Giornale - I sindaci di sinistra si svegliano: la manovra non va - n. 235 del 05-10-2006

C'è voluto qualche giorno di «riflessione». Ma alla fine, letta e riletta la Finanziaria che li riguarda, i sindaci del centrosinistra sono usciti allo scoperto: dapprima Massimo Cacciari e poi, a valanga, Leonardo Domenici, Walter Veltroni, Sergio Cofferati, Sergio Chiamparino, Rosa Russo Jervolino. E se i primi cittadini di Venezia, Firenze, Roma, Bologna, Torino e Napoli definiscono in coro «inaccettabili» i tagli della manovra economica, non c'è Prodi né Padoa-Schioppa che possano resistere.
E così, a nome del premier, Vannino Chiti alza bandiera bianca. «Il presidente Prodi - afferma il ministro dei Rapporti col Parlamento - si è detto d'accordo sull'opportunità di aprire un tavolo di confronto a palazzo Chigi. Nella Finanziaria - aggiunge - ci sono aspetti critici che riguardano in particolare i Comuni. Bisogna vedere se è possibile ridurre il peso della manovra che grava su di loro».Il segnale di resa prodiana arriva dopo la dichiarazione di fuoco del sindaco di Bologna, che parla a noma di tutti gli amministratori locali dell'Emilia Romagna.
Sergio Cofferati esprime «fortissima preoccupazione» per una manovra che disegna uno «scenario insostenibile per gli enti locali», e nel dettaglio lamenta il pesante taglio dei trasferimenti, il rinvio al 2008 della compartecipazione, l'assenza di proposte sul federalismo fiscale, la scarsità di risorse per gli investimenti, l'«esiguità» delle norme che concedono ai Comuni il controllo sul catasto. Complessivamente, i tagli sugli enti periferici valgono 4,3 miliardi (2,7 miliardi su Comuni e Province).

Tutti i Comuni sopra i 5mila abitanti - secondo le norme del nuovo Patto di stabilità interno - dovranno ridurre la spesa corrente del 3,4%; non potranno ricorrere all'indebitamento oltre il 2,6% dello stock di debito precedente; subiranno tagli alla spesa per il personale, e un parziale blocco del turnover (una assunzione ogni 5 pensionamenti). In compenso, potranno decidere tasse di scopo, a carico dell'Ici, per la realizzazione di opere pubbliche. E deliberare aumenti dell'addizionale Irpef dallo 0,
5 allo 0,8%. Decisioni pericolose perché impopolari: secondo i calcoli di Domenici, l'addizionale allo 0,8% porterebbe 3,5 miliardi di entrate in più.I «grossi calibri» del centrosinistra nelle grandi città d'Italia hanno dunque deciso di sparare. «A Torino tagliano fra i 184 e i 196 milioni, e anche se aumentassimo al massimo addizionale Irpef e Ici, non li potremmo recuperare. Ho la tentazione di portare le chiavi del Comune a palazzo Chigi», attacca Sergio Chiamparino. Persino il sindaco della capitale,
Veltroni, abbandona per qualche minuto la sua cifra buonista ed ammette che «moltissime cose non vanno bene» e che i tagli mettono a rischio i servizi nella loro qualità e quantità. «Adesso Veltroni difenda Roma dai tagli di Prodi con la stessa veemenza con cui ha affrontato i provvedimenti di Berlusconi», attacca Gianni Alemanno (An). Mentre Rosa Jervolino se la prende con la tassa di soggiorno: «Ci mancherebbe altro... dobbiamo attirare i turisti, non allontanarli», osserva il sindaco di Napoli.

Alla rivolta dei sindaci rossi - spalleggiati dai presidenti di Regione, come Antonio Bassolino, e di Provincia, come Filippo Penati - Prodi risponde con la ormai classica «apertura del tavolo». L'annuncio lo dà Vannino Chiti, parlando all'assemblea delle autonomia locali di Viareggio. Davanti a una platea rumoreggiante di amministratori locali, per lo più di centrosinistra, il ministro ammette che la Finanziaria è troppo pesante coi Comuni, e che se ne discuterà sì in Parlamento, ma anche a palazzo Chigi.
Leonardo Domenici coglie l'occasione per chiedere sia una manovra meno pesante dei 2,7 miliardi «insostenibili» per i Comuni, sia l'eliminazione del vincolo del 2,6% all'accensione di nuovo indebitamento comunale. L'impressione è che Prodi dovrà negoziare anche con le Regioni. Per Mercedes Bresso, governatrice ds del Piemonte, la Finanziaria «strangola gli investimenti». E Nichi Vendola va ancora più in là, chiedendo le dimissioni di Linda Lanzillotta, ministro degli Affari regionali, dopo che il governo ha impugnato il bilancio d'assestamento della regione Puglia.
«È un atto inaudito - tuona il governatore comunista - , andremo alla Consulta».

mercoledì, ottobre 04, 2006

ALTRE MISUREPER LO SVILUPPOE PER IL SOSTEGNO SOCIALE

ALTRE MISUREPER LO SVILUPPOE PER IL SOSTEGNO SOCIALE- Credito di imposta a favore degli investimenti e dei costi sostenuti in ricerca ed innovazione. La norma prevede la concessione di un credito di imposta alle imprese per i costi sostenuti per attività di ricerca e sviluppo.L'incentivo si applica sulle spese previste da un progetto di ricerca comunicato prima all’amministrazione finanziaria.Il progetto, sottoscritto dal legale rappresentante dell’impresa, deve indicare le linee di attività di ricerca e sviluppo e gli obiettivi tecnico produttivi perseguiti.Le spese regolarmente iscritte al bilancio consuntivo fino ad un importo massimo pari a 20 milioni di euro per anno (per ciascuna impresa o gruppo di imprese) danno diritto ad una detrazione pari al dieci per cento ai fini dell’imposta sui redditi e dell’IRAP, fino alla concorrenza dell’imposta dovuta per il medesimo esercizio finanziario e, per la eventuale parte residua, mediante una detrazione d’imposta per gli esercizi finanziari successivi.I costi sostenuti devono essere certificati da un revisore iscritto all’albo e corredati da una relazione attestante la loro natura e la loro efficacia ai fini del perseguimento degli obiettivi previamente indicati.- Credito d’imposta per nuovi investimenti nelle aree svantaggiate, cosiddetta Visco-Sud. Alle imprese che effettuano acquisti dei beni strumentali nuovi, destinatia strutture produttive situate nelle aree delle Regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo e Molise ammissibili alle deroghe previste dall’art.87, paragrafo 3 lettera a) e c) del trattato europeo per il periodo 2007-2013, è attribuito un credito d’imposta.Il credito d’imposta è riconosciuto per gli acquisti effettuati a partire dal periodo d’imposta che inizia a decorrere dal 1° gennaio 2007 e fino alla chiusura del periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2013.Il credito è riconosciuto nella misura massima consentita in applicazione delle intensità di aiuto previste dalla Carta Italiana degli aiuti a finalità regionale per il periodo 2007-2013 e non è cumulabile con il sostegno cosiddetto de minimis (tetto massimo degli aiuti di Stato consentiti dall’Unione europea) né con altri aiuti di stato che abbiano ad oggetto i medesimi costi ammissibili.Si considerano agevolabili le acquisizioni, anche mediante contratti di locazione finanziaria, di:a) macchinari, impianti ed attrezzature varie, destinati a strutture produttive già esistenti o che vengono impiantate nelle aree territoriali di cui al comma 1. Non sono ammissibili nel settore dei trasporti le spese destinate all'acquisto di materiale di trasporto;b) limitatamente alle piccole e medie imprese, programmi informatici commisurati alle esigenze produttive e gestionali dell'impresa;c) brevetti concernenti nuove tecnologie di prodotti e processi produttivi, per la parte in cui sono utilizzati per l'attività svolta nell'unità produttiva interessata dal programma; la relativa spesa di acquisto deve risultare compatibile con il conto economico relativo al programma medesimo. Per le grandi imprese, come definite ai sensi della normativa comunitaria, gli investimenti in tali beni sono agevolabili nel limite del 50 per cento del complesso degli investimenti agevolati per il medesimo periodo d’imposta.Il credito d’imposta è commisurato alla quota del costo dei beni per la parte che eccede gli ammortamenti dedotti dall’impresa nel periodo d'imposta relativi alle stesse categorie di beni d'investimento della stessa struttura produttiva. Per gli investimenti fatti con il leasing, si considera il costo sostenuto dal locatore per l'acquisto dei beni, al netto delle spese di manutenzione.L’agevolazione non si applica ai soggetti che operano nei settori dell’industria siderurgica, delle fibre sintetiche, nonché al settore della pesca, dell’industria carbonifera, creditizio, finanziario e assicurativo. Il credito d’imposta a favore di imprese o di attività che riguardano prodotti o appartengono ai settori soggetti a discipline comunitarie specifiche, inclusa la disciplina multisettoriale dei grandi progetti, è riconosciuto nel rispetto delle condizioni sostanziali e procedurali definite dall’Unione europea e comunque solo previa autorizzazione, ove prescritta, della Commissione europea.Il credito d'imposta riguarda i nuovi investimenti eseguiti in ciascun periodo d'imposta e va indicato nella relativa dichiarazione dei redditi. Non concorre alla formazione del reddito né della base imponibile dell'imposta regionale sulle attività produttive, non conta ai fini del rapporto di cui agli articoli 96 e 109, comma 5, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al citato decreto n. 917 del 1986, e può essere utilizzato per compensare l’imposta sui redditi dovuta a saldo per ciascun periodo d'imposta in cui si effettuano i nuovi investimenti. La compensazione può essere fatta a partire dal sesto mese successivo al termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al medesimo periodo d’imposta.Se i beni oggetto dell'agevolazione non entrano in funzione entro il secondo periodo d'imposta successivo a quello della loro acquisizione o ultimazione, il credito d'imposta è rideterminato escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni non entrati in funzione. Se entro il quinto periodo d’imposta successivo a quello nel quale sono entrati in funzione i beni sono dismessi, ceduti a terzi, destinati a finalità estranee all'esercizio dell'impresa o destinati a strutture produttive diverse da quelle che hanno dato diritto all'agevolazione, il creditod'imposta è rideterminato escludendo dagli investimenti agevolati il costo dei beni anzidetti; se nel periodo di imposta in cui si verifica una delle predette ipotesi vengono acquisiti beni della stessa categoria di quelli agevolati, il credito d'imposta è rideterminato escludendo il costo non ammortizzato degli investimenti agevolati per la parte che eccede i costi delle nuove acquisizioni. Per i beni acquisiti in leasing queste disposizioni si applicano anche se non viene esercitato il riscatto.Distintamente per ogni regione / zona agevolabile e per ciascuna categoria di impresa sono state applicate agli investimenti netti le intensità massime di aiuto ESL previste dalla Commissione Europea a partire dal 20071. Le intensità utilizzate sono le seguenti:Piccola impresaMedia impresaGrande impresaABRUZZO35%25%15%MOLISE35%25%15%CAMPANIA50%40%30%PUGLIA50%40%30%BASILICATA50%40%30%CALABRIA50%40%30%SICILIA50%40%30%SARDEGNA35%25%15%- Incentivi per l’assunzione delle donne nel Sud. Nel Mezzogiorno gli incentivi fiscali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato, che oggi sono già più alti rispetto al Centro e al Nord, saranno fortemente potenziati se i nuovi assunti saranno donne.- Zone franche urbane.1. Per favorire lo sviluppo economico e sociale, anche tramite interventi di recupero urbano, di aree e quartieri degradati nelle città del Mezzogiorno, identificati qualizone franche urbane, è istituito nello stato di previsione del Ministero dello Sviluppo economico un apposito Fondo con una dotazione di 50 milioni di euro per ciascuno degli esercizi 2008 e 2009. Il fondo provvede al cofinanziamento di programmi regionali di intervento nelle predette aree ed alla copertura delle minori entrate derivanti dall’eventuale istituzione, con il decreto di cui al comma 3, di riduzioni fiscali e contributive.2. Le aree devono essere caratterizzate da fenomeni di particolare degrado ed esclusione sociale e le agevolazioni concedibili per effetto dei programmi e delle riduzioni sono disciplinate in conformità e nei limiti previsti dagli orientamenti della Unione Europea in materia di aiuti a finalità regionale per il periodo 2007-2013, per quanto riguarda in particolare quelli riferiti al sostegno delle piccole imprese di nuova costituzione.3. Il CIPE, su proposta del Ministro dello Sviluppo Economico, formulata sentite le Regioni interessate, provvede alla definizione dei criteri per l’allocazione delle risorse e l’identificazione, la perimetrazione e la selezione delle zone franche urbane sulla base di parametri socio-economici. Con decreto del Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, sono definite le modalità e le procedure per la concessione del cofinanziamento in favore dei programmi regionali e sono individuate le eventuali riduzioni di cui al comma 1 concedibili, secondo le modalità previste dal medesimo decreto, nei limiti delle risorse del Fondo a tal fine vincolate.4. Il Nucleo di valutazione e verifica del Ministero dello sviluppo economico, anche in coordinamento con i nuclei di valutazione delle Regioni interessate, provvede al monitoraggio ed alla valutazione di efficacia degli interventi, e presenta a tal fine al CIPE una relazione annuale sugli esiti delle predette attività.- Detrazione delle spese sostenute dagli insegnanti per l’acquisto di un computer. La norma prevede, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la detraibilità al 19 per cento delle spese sostenute per l’acquisto di uncomputer da parte degli insegnanti, per un importo massimo di spesa di 1000 euro. La legislazione vigente non prevede alcuna detraibilità per tali spese.- Detrazione del canone di locazione corrisposto per l’alloggio degli studenti universitari fuori sede. La norma prevede, ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la detraibilità al 19 per cento del canone di locazione pagato per l’alloggio degli studenti universitari fuori sede, per un importo massimo di 500 euro.La legislazione vigente non prevede alcuna detraibilità per tali spese.- Detrazione di imposta per l’iscrizione dei giovani nelle palestre. Vengono agevolate le spese, per un importo non superiore a 210 euro, sostenute per l’iscrizione annuale e l’abbonamento, per i ragazzi di età compresa tra 5 e 18 anni, ad associazioni sportive, palestre, piscine ed altre strutture ed impianti sportivi destinati alla pratica sportiva dilettantistica- Nuova modulazione del bollo auto in funzione ecologica. Le tasse automobilistiche sulle automobili già immatricolate restano immutate per i veicoli Euro 4, ma aumentano progressivamente per gli altri man mano che si va da Euro 3 a Euro 0 8il massimo è 3 euro a kw). Oltre agli aumenti che valgono per tutti, per i cosiddetti Suv varrà un aggiunta di aggravio di 2 euro per kw.Le entrate serviranno a finanziare altre iniziative volte a favorire l’ambiente. In particolare le auto nuove immatricolate da oggi e fino alla fine del 2007 e che saranno Euro 4 e poi anche Euro 5 avranno un’esenzione dal bollo per tre anni se di cilindrata inferiore a 1.300 e per due anni se di cilindrata superiore.Per i veicoli commerciali leggeri verrà dato un contributo di mille euro per l’acquisto di un mezzo nuovo se a fronte della rottamazione del vecchio classificato Euro 0 o Euro 1.Per l’acquisto di vetture nuove con alimentazione del motore anche a gas metano omologata dal costruttore (per esempio le bifuel) vi sarà un contributo di 1.500 euro che diventeranno 2.000 se la vettura ha emissione di Co2 inferiori a 120 grammi per chilometro.- Iva agevolata per il turismo congressuale. La norma consente tra l’altro la detraibilità dell’IVA relativa a somministrazione di alimenti e bevande inerenti la partecipazione a convegni, congressi ed eventi similari erogate nei giorni di svolgimento degli stessi.- Insegne commerciali. Franchigia fino a 5 metri quadrati.- Esenzione Iva per le prestazioni sociosanitarie nei confronti di persone svantaggiate. La norma estende a soggetti svantaggiati quali persone migranti, senza fissa dimora, richiedenti asilo, persone detenute, donne vittime di tratta a scopo sessuale e lavorativo l’esenzione prevista dall’articolo 10, del DPR n. 633/72, al numero 27-ter). In particolare esenta dall’IVA “le prestazioni socio-sanitarie, di assistenza domiciliare o ambulatoriale, in comunità o simili, in favore degli anziani ed inabili adulti, di tossicodipendenti e di malati di AIDS, degli handicappati psicofisici, dei minori anche coinvolti in situazioni di disadattamento e di devianza, rese da organismi di diritto pubblico, da istituzioni sanitarie riconosciute che erogano assistenza pubblica, previste all’art. 41 della L n. 833/1978, o da enti aventi finalità di assistenza sociale e da ONLUS”.Pacchetto energia Bersani.Detrazione fiscale per spese di riqualificazione energetica complessiva di edifici esistenti.Detrazione fiscale per interventi sull’involucro di edifici esistenti.Detrazione fiscale per pannelli solari.Detrazione fiscale per caldaie ad elevata efficienza.Contributi per apparecchi domestici e motori industriali ad alta efficienzaBiocarburantiCommercialista Olbia

l'IRAP è compatibile con il diritto comunitario Commercialista Olbia

Commercialista Olbia Stampa e Informazione
COMUNICATO STAMPA n. 82/06
3 ottobre 2006
Sentenza della Corte di giustizia nella causa C- 475/03
Banca popolare di Cremona Soc. coop. a r.l. / Agenzia delle Entrate, Ufficio di Cremona
l'IRAP è compatibile con il diritto comunitario
Essa presenta caratteristiche che la differenziano dall'IVA, e non può essere ritenuta un'imposta sulla cifra d'affari
La Banca popolare di Cremona ha impugnato dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Cremona il provvedimento con il quale l'Agenzia delle Entrate le ha rifiutato il rimborso dell'IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) versata negli anni 1998 e 1999.
La Commissione tributaria ha quindi chiesto alla Corte di pronunciarsi sulla compatibilità dell'IRAP con la sesta direttiva IVA[1], e in particolare con il divieto, per gli Stati membri, di introdurre o mantenere sistemi fiscali aventi natura di imposte sulla cifra d'affari.
Nella sentenza odierna la Corte di giustizia ricorda innanzitutto gli obiettivi della creazione del sistema comune dell'IVA: la realizzazione di un mercato comune avente caratteristiche analoghe a quelle di un mercato interno, senza differenze di oneri fiscali che possano alterare la concorrenza e ostacolare gli scambi. Il suo scopo è quello di sostituire le imposte sulla cifra d'affari in vigore nei vari Stati membri. Di conseguenza, il sistema comune dell'IVA non consente di mantenere o di introdurre tributi con le caratteristiche di un'imposta sulla cifra d'affari. Esso non si oppone invece al mantenimento o all'introduzione di un'imposta che non presenti una delle caratteristiche essenziali dell'IVA.
La Corte esamina e confronta, in seguito, alcune caratteristiche fondamentali dei due tributi:
L'IVA, in base al sistema comune, si applica in modo generale alle operazioni sui beni e i servizi; essa è proporzionale al prezzo dei beni o dei servizi; è riscossa in ciascuna fase del procedimento di produzione e di distribuzione; il soggetto passivo può detrarla dagli importi pagati in occasione delle fasi precedenti (in definitiva, il peso dell'imposta ricade sul consumatore).
L'IRAP, per contro, è calcolata in primo luogo sul valore netto della produzione (la differenza tra il «valore della produzione» e i «costi della produzione» sulla base del conto economico, come definiti dalla legislazione italiana) dell'impresa (società o persona fisica) nel territorio di una regione, nel corso di un determinato periodo. Essa comprende elementi come le variazioni delle rimanenze, gli ammortamenti e le svalutazioni, che non hanno un rapporto diretto con le forniture di beni o servizi in quanto tali.
Inoltre il soggetto passivo non può determinare con precisione l'importo dell'IRAP già compreso nel prezzo di acquisto dei beni e dei servizi. Anche se si può supporre che un soggetto passivo dell'IRAP che effettua la vendita al consumatore finale tenga conto, nel determinare il suo prezzo, dell'ammontare dell'imposta incorporato nelle sue spese generali, non tutti i soggetti passivi si trovano nella condizione di poter ripercuotere il carico dell'imposta, o di poterlo ripercuotere nella sua interezza, sul consumatore finale.
In sintesi, l'IRAP si distingue dall'IVA in quanto non è proporzionale al prezzo dei beni o dei servizi forniti e non è strutturata in modo da essere posta a carico del consumatore finale nel modo tipico dell'IVA.
L'IRAP si distingue dall'IVA in modo tale da non poter essere considerata un'imposta sulla cifra d'affari ai sensi della sesta direttiva. Ne deriva che un prelievo fiscale con le caratteristiche dell'IRAP è compatibile con la sesta direttiva.
Documento non ufficiale ad uso degli organi d'informazione che non impegna la Corte di giustizia
Lingue disponibili: FR, CS, DE, EN, ES, EL, HU, IT, NL, PL, PT, SK, SL
Il testo integrale della sentenza si trova sul sito Internet della Corte http://curia.europa.eu/jurisp/cgi-bin/form.pl?lang=IT&Submit=rechercher&numaff=C-475/03 Di regola tale testo può essere consultato il giorno della pronuncia dalle ore 12 CET.
Per maggiori informazioni rivolgersi alla dott.ssa Estella Cigna Angelidistel. (00352) 4303 2582 fax (00352) 4303 2674
[1] Sesta direttiva del Consiglio 17 maggio 1977, 77/388/CEE, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari - Sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme (GU L 145, pag. 1).

Commercialista Olbia LA DELEGA FISCALE


Commercialista Olbia LA DELEGA FISCALE
1. Caratteristiche generali della legge delega
Fatta eccezione per l’imposta sulle società, e in misura minore per l’IRPEF, il disegno di legge non sembra avere i contenuti minimi per essere considerato un disegno di legge di delega. Con riferimento alla codificazione tributaria, alla soppressione dell’IRAP, e alla riforma delle altre imposte i criteri indicati sono per la maggior parte evanescenti e difficilmente potranno svolgere la funzione di limite, indirizzo e orientamento dell’esecutivo nella redazione dei decreti delegati. Per esempio:
- per quanto riguarda la codificazione (articolo 2), i criteri di delega, non sono altro che la pedissequa ripetizione dei principi costituzionali di uguaglianza, legalità, capacità contributiva e delle regole di buona fede, affidamento, divieto di analogia e irretroattività, già ampiamente disciplinati dalla recente legge sullo statuto dei diritti del contribuente;
- l’articolo 5 sull’Iva si limita a richiamare genericamente le direttive comunitarie senza alcuna ulteriore specificazione. Con la normativa comunitaria appare peraltro in contrasto l’obiettivo di ridurre gli effetti di duplicazione tra Iva e accise;
- la stessa riforma dell’IRPEF (articolo 3) si limita, alla mera indicazione di valori astratti e alla rinfusa, non meglio specificati, come “famiglia, casa, sanità, istruzione, formazione, ricerca, previdenza” e alla manifestazione del mero proponimento di trasformare le attuali detrazioni in deduzioni decrescenti col reddito, senza ulteriori spiegazioni. Nonostante l’indicazione degli scaglioni di reddito, l’incidenza dell’imposta sui singoli contribuenti rimane ignota, così come misteriosi rimangono i tempi di attuazione.

Va anche sottolineato che la riforma delle tasse sugli affari e le accise (articoli 6 e 7) prevede sostanzialmente l’accorpamento sotto una unica etichetta di tributi oggi separati (e che continueranno a restare separati, al di là dei nominalismi di facciata). La tecnica è la stessa (capovolta) utilizzata da Tremonti anni fa per sostenere che in Italia esistevano 100 tasse: in quel caso infatti ogni singola voce dell’imposta di registro, di bollo o sulle concessioni governative, veniva considerata una imposta autonoma, ora si fa il contrario: le tasse aumentano o si riducono a seconda della convenienza propagandistica.

La astrattezza e la vacuità o, in alcuni casi, la scarsa attendibilità dei presunti criteri di delega inducono a considerare la proposta del Governo più come una legge “manifesto” o “quadro” che come una legge delega in senso stretto. Siamo cioè in presenza dell’ennesima operazione propagandistica priva di possibilità di verifica e riscontri concreti; a generiche proposizioni politiche interpretabili nei sensi più diversi, e non ad una legge che indica limiti e criteri sufficientemente definiti per costituire una valida guide line per l’esecutivo.
Anche se si accettasse sul piano formale la natura di legge delega, quest’ultima sarebbe comunque talmente astratta da poter essere considerata per la maggior parte in “bianco” e inevitabilmente generatrice di una indebita discrezionalità del legislatore delegato tralucentesi in un autentico esproprio della funzione legislativa del Parlamento. In proposito sarebbe sufficiente confrontare la delega attuale con le deleghe fiscali del Governo di centro sinistra che suscitarono vibrate quanto infondate proteste, e che allora Tremonti, con sbalorditiva improntitudine, accusò di genericità.


2. Copertura finanziaria

Nessuna necessità di copertura è prevista per la riforma delle accise e delle tasse sui servizi. Per quanto riguarda, invece, la riforma dell’IRPEF, dell’IRPEG, dell’IRAP, dell’Iva e della tassazione delle rendite finanziarie, il disegno di legge è reticente, ambiguo ed elusivo, e stravolge comunque le rigide, quanto opportune, regole sulla copertura finanziaria stabilite dalla legge n. 468 del 1978 e dalla prassi parlamentare di questi ultimi venti anni. Si tratta di un fatto di gravità eccezionale e senza precedenti, considerata anche la dimensione eccezionale (4-5 punti di PIL) delle riduzioni di imposta promesse. Altrettanto grave è l’assenza di ogni relazione tecnica.
Entrando nel merito non si capisce come possa il Governo affermare, nell’articolo 9, comma 2, che dall’attuazione di tali riforme “non possono derivare oneri aggiuntivi per il bilancio dello Stato”, considerato che queste stesse riforme sono dirette espressamente ad abolire tributi e, comunque, a ridurre aliquote e spesso a restringere basi imponibili. Di conseguenza pare scontato che:
- La riforma dell’IRPEF determinerà una diminuzione del gettito che nella migliore delle ipotesi (per il Governo) ammonterà a 40-45.000 miliardi di lire (20-23 miliardi di €), ma potrebbe anche costare molto di più;
- Un minor gettito di circa 60.000 miliardi di lire (31 miliardi di €) deriverà sicuramente dall’abolizione dell’IRAP (che si riduce a 35.000 miliardi di lire (17 miliardi di €) circa se il Governo si limiterà ad eliminare dalla base imponibile il costo del lavoro). Al riguardo lo stesso articolo 9 prevede che il minor gettito per le Regioni derivanti dalla riforma dell’IRAP sarà compensato con maggiori trasferimenti o compartecipazioni a tributi erariali;
- Anche la riforma dell’IRPEG (tassazione di gruppo; esenzione delle plusvalenze) potrebbe determinare una rilevante perdita di gettito, a meno che il Governo non decida di allargare la base imponibile riducendo l’entità degli ammortamenti e la deducibilità degli interessi.
- Un costo non irrilevante conseguirà anche dalla riduzione della base imponibile dell’Iva, dall’abbassamento al 12,5% dell’aliquota, oggi al 27%, su molte attività finanziarie (depositi bancari e strumenti a breve), dal passaggio della tassazione dei capital gains dal “maturato” al “realizzato”, nonché dal rinvio della tassazione sui fondi di investimento al momento della cessione delle quote.

Nonostante le affermazioni del Governo, i decreti attuativi della riforma comporteranno, quindi, sicuramente oneri finanziari di rilevante importo.

Per parare questa eventualità il secondo periodo dello stesso comma 2 dell’articolo 9 dispone che “nel caso di maggiori oneri, il ministro dell’Economia e delle Finanze, dopo averne dato tempestiva notizia al Parlamento, assume le conseguenti iniziative, predisponendo (…) un apposito decreto che, variando opportunamente le aliquote delle singole imposte, corregge l’andamento del gettito per ripristinare la situazione di invarianza”. Ma è evidente che questa disposizione disciplina una inammissibile modalità di copertura a posteriori: si provvederà cioè alla copertura finanziaria solo dopo che si sarà accertata l’eventuale emersione di oneri, con un singolare capovolgimento del significato dell’articolo 81 della Costituzione. Si vanificano così, in un contesto normativo di carattere fiscale, decenni di sforzi di tutti i Governi diretti a garantire che ogni legge prima di entrare in vigore, sia provvista di adeguate coperture finanziarie. Questa norma, inoltre, è chiaramente incostituzionale perché attribuisce al ministro dell’Economia e delle Finanze la facoltà di aumentare a suo piacimento, e con suo decreto, tutte le imposte, con buona pace del principio di riserva di legge (art. 23 della Costituzione). “No taxation without representation” usava dire il ministro dell’Economia, ed ora!?
Inoltre, la disposizione appare contraddittoria, perché, se uno dei più importanti obiettivi del disegno di legge delega è la riduzione della pressione fiscale, la previsione di variazioni in aumento delle aliquote per far fronte alla riduzione stessa annullerebbe tale obiettivo.
Concedendo la delega al Governo con le modalità di copertura sopra indicate, il Parlamento è dunque indotto a derogare le corrette procedure della legge n. 488 (e dell’art. 81 della Costituzione), che invece richiedono una copertura ex-ante e non ammettono, nella quantificazione degli oneri, l’inclusione degli effetti indiretti degli sgravi sull’economia. C’è anche da chiedersi se operando in questo modo il Governo non stia in realtà abrogando queste norme. Del resto la relazione di accompagnamento è molto esplicita nella “insofferenza” per le coperture ex-ante e nella fiducia nella espansione spontanea delle basi imponibili. Si potrebbe così aprire la strada a sgravi fiscali di tipo supply side disposti senza copertura “tradizionale”, ma basati sulla speranza di indurre maggiore crescita nelle basi imponibili e quindi maggior gettito.
Sempre in relazione ai profili di costituzionalità, va rilevato che non è previsto alcun collegamento della riforma con il nuovo titolo V della Costituzione: infatti, anche se vengono riformati solo i tributi erariali si sarebbe dovuto tener conto del fatto che lo Stato ha competenza normativa esclusiva in tema di fissazione dei principi fondamentali del sistema tributario nel suo complesso, e concorrente con le Regioni quanto al coordinamento di tale sistema. Ad esempio, è discutibile che una legge statale possa abolire l’IRAP senza l’“accordo” delle Regioni e che lo Stato possa rinunciare, anche se solo temporaneamente, a fissare i principi fondamentali che presiedono allo svolgimento della potestà di imposizione da parte delle Regioni stesse. Ed ancora: la trasformazione delle deduzioni altera profondamente il gettito delle addizionali regionali e comunali che si applicano al reddito imponibile a fini IRPEF (che in seguito alla riforma risulterebbe fortemente ridotto). Ancora una volta si incide sulla autonomia impositiva e finanziaria di Regioni, comuni e province, ignorando sia la nuova costituzione che le conseguenze finanziarie delle norme proposte.


3. Irpef

La riforma delineata nella proposta di legge delega presentata del governo, per quanto ancora generica nei dettagli tecnici di applicazione, appare nei suoi principi fondativi di forte impatto sul sistema fiscale italiano.

Essa infatti configura un regime di flat tax estremo per cui oltre il 99% dei contribuenti sarebbero sottoposti ad un’unica aliquota. Già da queste premesse è facile preconizzare una non neutralità distributiva della riforma, a tutto vantaggio dei redditi più elevati. In particolare è a rischio la natura progressiva del sistema, affidata esclusivamente alla modulazione delle deduzioni. Tale rischio deriva non solo dalla unicità della aliquota, ma soprattutto dal suo livello troppo ridotto, e che non ha riscontro nelle legislazioni di altri Paesi.

La riforma si basa su due principi chiaramente enunciati nella proposta di legge:
- la riduzione del numero di aliquote a due, 23% fino a 100.000 € e 33% oltre tale limite: in altre parole l’aliquota più bassa aumenterebbe di 5 punti (dal 18 % al 23 %) e quella massima si ridurrebbe di 11 punti (dal 44% al 33%).
- la sostituzione delle attuali detrazioni con un regime di deduzioni, applicabili sia per i carichi familiari (definiti in base alla situazione economica dell’intero nucleo familiare) sia per le spese per beni meritori (sanità, istruzione, mutui, canoni di locazione e assicurazioni). Tali deduzioni dovrebbero beneficiare in misura più rilevante i soggetti a reddito più basso.

Il cambiamento dell’impianto normativo risulta radicale se confrontato con il sistema attuale che prevede cinque aliquote e un articolato sistema di detrazioni differenziato per cespiti. Poiché il sistema attuale risulta di fatto premiante per i redditi più bassi, ogni modulazione della riforma che preveda una maggiore semplificazione della struttura delle detrazioni (ovvero maggiore omogeneità di trattamento per i diversi livelli di reddito) comporterà sia una maggiore perdita di gettito che una minore progressività del prelievo rispetto alla situazione attuale, procurando ulteriori distorsioni distributive a carico dei soggetti più deboli.

Il nodo chiave, ancora non compiutamente espresso nel testo della delega, riguarda la struttura del nuovo sistema di deduzioni. In ogni caso è stata effettuata una simulazione basata su un’ipotesi volta a minimizzare sia le perdite di gettito che gli effetti redistributivi perversi, nonché ad evitare che alcuni contribuenti potessero risultare danneggiati dalla riforma. Più precisamente:

- le detrazioni da lavoro (dipendente ed autonomo) sono state sostituite da un sistema di deduzioni (di eguale ammontare) che garantisce l’esenzione per i redditi inferiori a 7.750 €, con andamento decrescente della deduzione stessa riproducendo nel modo più accurato possibile la struttura delle detrazioni oggi vigenti.

- le detrazioni per carichi familiari e per le spese in beni meritori sono sostituite con deduzioni equivalenti, ottenute determinando il nuovo ammontare sulla base della detrazione precedentemente spettante e della aliquota del 23%.

La riforma così simulata comporta un saldo positivo praticamente per la totalità dei contribuenti, causando un impatto sul gettito IRPEF valutabile in 21,5 miliardi di €.

La distribuzione dei benefici prodotta dalla riforma non ricade però allo stesso modo su tutta la popolazione. Nel grafico 1 è riportata la ripartizione dei 21,5 miliardi di € a seconda del decile di reddito di appartenenza del beneficiario. Come si vede oltre i due terzi delle risorse (14.200 milioni di €) sono destinate al 10% degli individui con reddito imponibile più elevato (superiore ai 30.000 €), mentre il cumulo delle risorse destinate a chi percepisce meno di 20.000 € (80% dei contribuenti) ammontano a circa il 10% del complesso dei benefici (2.300 milioni di €).

In termini di grandezze medie individuali emerge che (tavola 1), a fronte di un beneficio medio generale di 596 € per percettore di reddito, la media del beneficio del decile più elevato è pari a circa 6,5 volte il valore medio. Per gli individui con reddito inferiore ai 20.000 € il beneficio medio non raggiunge i 100 €. Il gruppo degli individui che, in termini relativi, sono più penalizzati è costituito dal IV, V e VI decile, con redditi compresi tra i 9.000 e i 16.500 €; la riduzione dell’aliquota media per questi soggetti è pressoché trascurabile. Il beneficio permane comunque limitato (inferiore al 3,5% in termini di aliquota e in circa 600 € in termini monetari) anche per i redditi fino a 40.000 €, mentre oltre tale soglia la riduzione dell’aliquota media raggiunge i 10 punti. In figura 2 è riportata la curva di concentrazione dell’imposta pre e post riforma che evidenzia la maggiore equiripartizione del carico fiscale su tutti i contribuenti (riduzione della progressività del sistema) del sistema riformato.
In sostanza, come era inevitabile, la riforma premia i ricchi, dà poco ai molto poveri, penalizza fortemente i redditi medi e medio bassi.

Risulta inoltre importante rilevare che la distribuzione ai cittadini italiani di ben 21,5 miliardi di € non ricade in alcun modo sui soggetti attualmente non pagatori di imposta. Ricordiamo che la legislazione vigente garantisce assenza di imposta ai contribuenti con 6.000 € circa di reddito (lavoratori dipendenti); tale limite si eleva per gli individui con figli a carico (fino a circa 2.500 € aggiuntivi per figlio), gli anziani (fino a circa 1.200 € aggiuntivi) e i consumatori di beni meritori. In tavola 2 è riportata la distribuzione della popolazione adulta (esclusi bambini e studenti) distinta per classi di reddito e per beneficio: oltre il 90% dei soggetti adulti con reddito fino a 6.250 € non riceve vantaggi dalla riforma, mentre la percentuale di coloro che nel complesso non accedono ai benefici supera il 36%.

Qualora problemi congiunti di equità verticale e di costo della riforma suggerissero di procedere a una maggiore graduazione delle deduzioni sarebbero da considerarsi a rischio anche gli obiettivi di semplificazione del sistema. La praticabilità della semplificazione più estrema è infatti dubbia, ed è esclusa dalla delega: una detrazione omogenea di 7.750 € milioni unica per tutti comporterebbe un onere enorme per l’erario: oltre 45 milioni di € di minori entrate. Sembra dunque che, a danno della semplificazione, si renda necessaria una modulazione delle deduzioni in funzione del reddito. La modulazione delle deduzioni comporta però conseguenze negative sull’obiettivo di neutralità del sistema fiscale. Ai fini dell’imposizione effettiva infatti, una riduzione delle deduzioni al crescere del reddito comporta un aumento delle aliquote marginali medie, a tutto danno della neutralità.
Ulteriori elementi di complicazione possono inoltre giungere dalla esigenza, manifestata nella proposta di legge, di garantire l’assenza di perdite per tutti i soggetti.

Inoltre, come si è già accennato in precedenza, il passaggio da detrazioni a deduzioni mette in crisi l’attuale sistema di addizionali regionali IRPEF che vengono oggi calcolate sul reddito imponibile. Il principio di titolarità dell’imposta rischia infatti di essere messo in crisi dall’erosione di base imponibile attuato con l’istituzione di ulteriori deduzioni. Anche qualora si decidesse di trasformare le detrazioni in deduzioni equivalenti (in termini di imposta complessiva pagata dal contribuente, che rimarrebbe invariante) la base imponibile regionale rimarrebbe comunque erosa.
La scelta di mantenere invariato il meccanismo dell’addizionale comporterebbe l’esigenza di compensare il calo di gettito tramite un aumento delle aliquote regionali. Tali aumenti sarebbero però potenzialmente più ingenti per le Regioni a più bassa capacità fiscale, dove l’erosione della base risulterebbe particolarmente marcata.
Nonostante la nostra simulazione minimizzi l’impatto distributivo, riproducendo il più possibile la distribuzione attuale dell’imposta, la riduzione del grado di progressività del sistema è molto forte, con benefici limitati a favore dei redditi bassi a fronte di un impegno complessivo di spesa di entità rilevante. Una più equa distribuzione dei benefici, fermi restando i principi base della riforma, è difficilmente attuabile e comporterebbe perdite di gettito difficilmente gestibili senza comunque modificare, ma solo attenuando, il segno redistributivo della riforma. Se, infatti, si volesse garantire a tutti i contribuenti il beneficio implicito nella riduzione dell’aliquota massima dal 44% al 33% (pari ad un quarto) il costo minimo per l’erario risulterebbe pari a circa 32 miliardi di €.
Gli eventuali effetti positivi sulla crescita, invocati a sostegno dell’investimento operato dal lato della riduzione della pressione fiscale, se pure per assurdo dovessero compensare la perdita di gettito, non compenserebbero in alcun modo l’incremento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito in Italia.


4. Irpeg e tassazione delle imprese

Per la tassazione delle società di capitali, la delega prevede l’introduzione di un sistema di “holding” per le imprese (esclusione dalla tassazione delle plusvalenze e dei dividendi e correlata indeducibilità delle minusvalenze e svalutazioni), e l’abolizione del credito d'imposta sui dividendi. Viene inoltre introdotta la tassazione di gruppo (su base volontaria), anche per le consociate estere, e la indeducibilità degli oneri finanziari (sia riferiti all’acquisto di partecipazioni oltre una certa soglia sia se il rapporto fra patrimonio e debiti supera il livello consentito). L’aliquota viene portata al 33 per cento, e viene abrogata la DIT.

Buona parte della delega copia la recente riforma tedesca che, però, nasceva da esigenze completamente diverse da quelle che hanno le imprese italiane. In Germania la necessità di favorire lo smobilizzo delle partecipazioni detenute dalle imprese, in particolare di banche ed assicurazioni, ha portato il sistema fiscale a favorire il venditore (esentando le plusvalenze relative) sacrificando l’acquirente (che, ovviamente, non vede riconosciuti “fiscalmente” i maggiori valori pagati). Esportare questo sistema in Italia come modello generale valido per tutte le imprese non sembra essere in linea con la realtà italiana. Il sistema della cosiddetta "partecipation exemption” è infatti modello generale di tassazione soltanto in Germania, mentre gli altri paesi che l’hanno adottato lo hanno fatto finora con riferimento a modelli particolari.

Inoltre, va tenuto presente che la possibilità di non ostacolare, bensì di favorire lo smobilizzo della proprietà e la ristrutturazione societaria, senza la completa penalizzazione dell’acquirente, era stata realizzata in Italia con la Riforma del 1997, che prevede la possibilità di optare per una tassazione sostitutiva ridotta (19 per cento) sulle plusvalenze derivanti dalla cessione delle partecipazioni di controllo e sulle differenze di valore derivanti da operazioni di ristrutturazione della proprietà (fusioni, incorporazioni, scissioni, cessioni di ramo d'azienda). Infatti, la ridotta tassazione sostitutiva unita alla possibilità di riconoscere fiscalmente i maggiori valori ai fini della tassazione futura (come costi per il calcolo delle plusvalenze derivanti da una futura cessione) e alla deducibilità dell'ammortamento dei cespiti rivalutati, consente oggi un favore equamente distribuito e, soprattutto, omogeneo e non distorsivo, rispetto alle diverse tipologie di riorganizzatone della proprietà. Con la delega questo equilibrato sistema verrà meno, con la conseguente tassazione ordinaria delle plusvalenze derivanti da operazioni diverse dalla cessione delle partecipazioni immobilizzate. Inoltre, i disavanzi di fusione e di concambio non saranno più riconosciuti fiscalmente, e le plusvalenze da cessione di un'azienda (o di un ramo d'azienda) torneranno ad essere tassati ad aliquota piena. Ed ancora, la svalutazione delle partecipazioni detenute, cui oggi è riconosciuta valenza fiscale, domani non avrà più rilevanza, con la conseguente impossibilità di fruire del conseguente abbattimento dell'imposta. In altre parole il nuovo sistema altera le condizioni di neutralità dell’imposizione.

Anche il cambiamento del regime che evita la doppia tassazione economica dei dividendi non migliora la situazione delle imprese perché viene meno la flessibilità dell’attuale sistema che il credito d’imposta consente. Infatti, i due sistemi (esenzione dei dividendi e credito d’imposta) producono, in sostanza lo stesso trattamento: entrambi, infatti intendono evitare la doppia tassazione degli utili distribuiti, una volta in capo all'impresa che li produce, una seconda in capo all'impresa che li percepisce in seguito alla distribuzione. Il sistema del credito d'imposta è però più flessibile, perché consente di far beneficiare l'azionista anche delle agevolazioni concesse alla società che ha prodotto l'utile, mentre l'esenzione degli utili percepiti esclude tale possibilità ed inoltre è limitata al 95%.

I criteri di delega, come detto, nascondono altresì il fatto che molte modifiche possono avere come obiettivo l’ampliamento della base imponibile. Come noto, infatti, la riforma tedesca ha ridotto le aliquote di prelievo (eliminando la distinzione fra utili distribuiti e non) ma ha ampliato la base imponibile, in primo luogo, attraverso la riduzione degli ammortamenti deducibili. Quella riforma, infatti, oltre alla riduzione dell’aliquota, ha portato alle imprese un aumento di base imponibile e di prelievo con il quale è stato finanziato il vantaggio che ha favorito soltanto alcuni (in particolare, banche ed assicurazioni che avevano necessità di smobilizzare le partecipazioni senza il pagamento di onerose plusvalenze). In Italia sembra si voglia seguire la stessa strada di aumentare il prelievo per molti pur di ridurlo a pochi (soprattutto grandi gruppi con realtà estere). La differenza fondamentale sta nella scelta di non rendere trasparente gli obiettivi, nascondendo le reali volontà del Governo ed “illudendo” le imprese.

In primo luogo, già la scelta dell’aliquota del 33% dimostra questa volontà di penalizzare le imprese soprattutto quelle che, aderendo allo spirito della riforma Visco, si sono capitalizzate e già oggi pagano una Irpeg inferiore (fino al minimo del 19%). Né sembra che la clausola di salvaguardia introdotta possa garantire queste imprese, perché essa opera soltanto nel periodo transitorio: in pratica le imprese che oggi hanno un prelievo inferiore al 33% a regime, dopo la riforma, avranno un prelievo maggiore sia per quanto riguarda l’aliquota che la base imponibile. Le previste riduzioni della base imponibile (in particolare l’esclusione dei dividendi), infatti, non sembrano tali da compensare i prospettati aumenti (indeducibilità interessi passivi, eliminazione di minusvalenze, svalutazioni, etc.), soprattutto se si considera che i dividendi sono già, in buona parte, esclusi da tassazione in Italia attraverso il regime c.d. “madri/figlie” in via di estensione anche al di fuori della UE. Inoltre, l’esclusione dei dividendi dalla base imponibile è limitata al 95% con una penalizzazione ulteriore che non sembra giustificata per quelli provenienti da imprese italiane. Né la ipotizzata, e improbabile, progressiva eliminazione dell’Irap è garanzia di riduzione del prelievo perché, a favore delle Regioni, è prevista la sua sostituzione con compartecipazioni o trasferimenti, il che significa che il Governo ritiene di poter recuperare il minor gettito attraverso l’Irpeg.

Fra i criteri di delega è poi previsto il contrasto all’indebitamento, con l’obiettivo di rendere non deducibili importanti componenti di costo per le imprese, in particolare quelle piccole e medie. La delega prevede la verifica del rapporto fra debiti e patrimonio netto che, se supera la soglia consentita (peraltro non specificata nella delega e quindi rimessa all’attuazione da parte del Governo, senza che il Parlamento possa esprimere il necessario indirizzo), determina la indeducibilità degli interessi passivi (in pratica essi saranno tassati con l’aliquota ordinaria del 33%). Sempre con riferimento alla indeducibilità degli oneri finanziari la delega prevede anche il confronto fra patrimonio e partecipazioni: se il valore di “libro” di queste ultime supera il patrimonio è stabilita la decurtazione degli interessi ammissibili come costi. Queste previsioni porteranno ad un sicuro e rilevante ampliamento della base imponibile che colpirà soprattutto le realtà di minori dimensioni ed a base familiare, con effetti ben più gravi di quanto avviene oggi con l’Irap. La già forte penalizzazione delle imprese deve poi essere messa in collegamento con la delega in materia previdenziale che porterà a queste stesse imprese la riduzione dei mezzi di autofinanziamento attraverso la perdita del Tfr. Inoltre va anche sottolineato come la delega aumenti la complessità del sistema: infatti ripristinando il tradizionale incentivo fiscale all’indebitamento rispetto al ricorso al capitale proprio, diventa inevitabile introdurre norme di carattere antielusivo (come sono quelle ricordate). La riforma del 1997 invece perseguiva un esplicito obiettivo di neutralità fiscale, portando progressivamente la tassazione sugli interessi e quella sui profitti allo stesso livello.

A questi elementi si deve anche aggiungere il prevedibile ampliamento della base imponibile attraverso la riduzione degli ammortamenti deducibili. Infatti, nonostante non espressamente previsti fra i criteri della delega, i coefficienti di ammortamento dei beni strumentali possono essere modificati dal Ministro dell’economia e delle finanze con un proprio decreto e senza la necessità di un intervento legislativo. Così come già realizzato in Germania, appare evidente che il rischio che corrono le imprese sia quello di vedere ridotti gli ammortamenti, peraltro in aperto contrasto le norme di incentivazione agli investimenti recentemente introdotte.

Fra gli aspetti della delega che possono essere valutati positivamente vi è la possibilità di optare per la tassazione di Gruppo. La tassazione di gruppo è un obiettivo positivo da perseguire, ma la sua realizzazione deve essere coerente e chiara. In primo luogo, il sistema attuale in pratica già consentiva la possibilità di compensare le diverse situazioni delle società all’interno dei gruppi (soprattutto attraverso la estensione del regime madri/figlie e la possibilità di svalutare le partecipazioni), consentendo le adeguate flessibilità. La scelta di non introdurre nel passato la tassazione di “gruppo”, che è assolutamente coerente con la Dit, è stata determinata da uno scarso interesse delle imprese che già potevano utilizzare le flessibilità esistenti nel sistema. L’attuale formulazione lascia invece perplessi, soprattutto con riferimento alla individuazione del criterio del controllo. Innanzitutto, come rileva la stessa relazione al provvedimento, negli altri Paesi le percentuali di controllo richieste per la collocazione all’interno di un gruppo sono molto più elevate. La delega, inoltre, oltre a consentire la piena compensazione delle basi imponibili (perdite con utili), prevede anche una attenuazione del principio della indeducibilità degli oneri finanziari per l’acquisto di partecipazioni con debito per le imprese che optano per la tassazione di gruppo. Ciò rappresenta una incentivazione (distorsiva) a favore della formazione dei gruppi.

Tuttavia, nonostante la scelta di individuare una ridotta soglia per il controllo, questa possibilità è limitata dalla scelta del Governo di prevedere per la definizione dei requisiti del controllo il “riferimento ad una partecipazione non inferiore a quella necessaria per il controllo di diritto di cui all’art. 2359, primo comma, numero 1, del codice civile”. Questo qualifica come “società controllate” le società in cui un’altra società dispone della maggioranza delle azioni con diritto di voto nelle assemblee straordinarie (in linea di massima il 50,1 % del capitale sociale o, in caso di differenti maggioranze statutariamente previste per l’assemblea ordinaria, queste differenti maggioranze). Sono così escluse tutte le forme di controllo “indiretto” dei diritti di voto. In assenza di una compiuta disciplina civilistica di “gruppo”, questa nozione di controllo, diversa da quelle utilizzate nell’ordinamento per altre fattispecie di definizione di gruppo (fra le altre quella per l’obbligo di redazione del bilancio consolidato, art. 26 d.lgs. 127/91, e quella utilizzata dal TUF, art. 93) è molto restrittiva e limita quindi ad alcune specifiche realtà la possibilità di godere degli effetti positivi della opzione (sono in pratica esclusi tutti i gruppi c.d. “a catena”).
Il consolidamento delle basi imponibili avviene poi “totalmente”, senza rapportarlo alle quota di partecipazione detenute come, invece, è previsto per il consolidato “mondiale”.

La scelta, accanto all’altra di favorire il consolidato “mondiale” come non avviene nella stragrande maggioranza degli altri paesi, sembra quindi rispondere più a logiche di interessi settoriali che ad una seria e coerente politica legislativa.

La riforma, quindi, non porterà un effettivo beneficio al sistema delle imprese italiane, considerato nel suo complesso, al di là di casi specifici. Come già detto, l'esenzione dei dividendi sarà probabilmente meno favorevole del vigente sistema dei crediti d'imposta. Né le operazioni di ristrutturazione della proprietà sono oggi penalizzate dal trattamento tributario, tutt'altro. Né sembra, in generale che oggi il problema del sistema produttivo italiano sia quello di smobiIizzare e ristrutturare la proprietà delle imprese. Le imprese italiane infatti sembrano ancora oggi soffrire, rispetto alle loro concorrenti estere, di una scarsa patrimonializzazione, dovuta anche all’incentivo fiscale all'indebitamento. Rispetto a questo problema, la DIT, che il governo intende abolire, costituiva un rimedio efficace, in quanto essa progressivamente eliminava tale incentivo, portando ad una situazione di completa neutralità fiscale.

Nel fare questo la DIT consentiva anche una progressiva riduzione del carico fiscale delle imprese (certo di quelle che conseguivano utili e li accantonavano per reinvestirli): già oggi il carico effettivo, considerando la DIT, è al di sotto del 33 per cento indicato dal Governo: a regime, sarebbe andato molto al di sotto.
Una recentissima simulazione su dati di bilancio indica che, a regime, quando la DIT fosse giunta a interessare l'intero patrimonio netto, il calo medio di pressione effettiva per le imprese esaminate sarebbe stato di circa 12 punti percentuali. Dato che già oggi come ricordato, siamo due-tre punti percentuali al disotto dell'aliquota legale del 36 per cento (che nel 2003 scenderà al 35 per effetto della finanziaria Amato) si può concludere che la DIT avrebbe comportato, nell'arco di questa legislatura, un calo assai sostanzioso delle aliquote effettive, che si sarebbero collocate al di sotto del 25 per cento, tendendo al 20. Questo vigoroso calo di pressione effettiva sarebbe stato raggiunto gradualmente dalle imprese già esistenti; era invece immediatamente fruibile per le imprese di nuova costituzione, che in conseguenza della proposta di riforma saranno invece esposte a un forte aggravio di imposizione. Questo aspetto è di particolare rilievo, se si considera che il “tasso di natalità" delle nuove imprese in Italia è abbastanza elevato e che il vantaggio era consistente indipendentemente dalla dimensione: anche le piccole imprese, quindi, avevano uno sgravio rilevante. Con l'abolizione della DIT, il calo del carico fiscale effettivo sulle imprese sarà affidato esclusivamente sulle aliquote di legge che Governo e Parlamento adotteranno negli anni futuri. Indubbiamente, si tratta di un sistema molto più "dirigista" per raggiungere lo scopo; ma è assai ragionevole supporre che non lo raggiungerà mai.

Infine, un'altra osservazione riguarda la logica della tassazione delle società da un punto di vista europeo. Sembra che il Ministro propenda per l’applicazione della c.d. CIN (capital import neutrality), per cui tutti i redditi prodotti in un paese vengono tassati con l’aliquota del paese. Ciò si può dedurre sia in riferimento al nuovo regime di tassazione delle holding, sia alla scelta di portare la tassazione dei redditi da capitale ai livelli più bassi in Europa, sia al fatto che la tassazione di gruppo per le consociate estere è opzionale. L’altra soluzione è quella della CEN (capital export neutrality), criterio in base al quale tutti i redditi di una società, ovunque conseguiti, vengono tassati in base ai criteri del paese della casa madre. Si tratta di criteri che hanno logiche e implicazioni diverse, sulle quali esiste da tempo una ampia discussione. La CIN esalta la concorrenza fiscale, e quindi la scelta del Governo sembra coerente con le visione generale della destra e con la scelta (illusione?) di trasformare l’Italia in un paradiso fiscale. Il problema nasce dal fatto che negli accordi di Feira dell’autunno 2000 sui redditi da attività finanziarie, il criterio ispiratore è quello della CEN. Nasce quindi il problema di come Tremonti possa coniugare la CIN sulle società e la CEN sui redditi finanziari.

In conclusione, quindi, la scelta di ispirarsi alla riforma tedesca, abolire la DIT e portare l'aliquota legale Irpeg al 33 per cento, con allargamento della base imponibile rischia di essere un autentico bagno di sangue per molte imprese italiane, assolutamente in contrasto con l'obiettivo dichiarato di ridurre il carico fiscale.


5. Le piccole imprese e il lavoro autonomo

All’attenzione dedicata ai grandi gruppi alle società e alla tassazione dei redditi di capitale, non corrisponde una eguale attenzione per il mondo delle piccole imprese e del lavoro autonomo. Per questi contribuenti i vantaggi deriverebbero essenzialmente dalla riduzione delle aliquote dell’Irpef e dall’abolizione dell’Irap: le due misure maggiormente “virtuali” dell’intero provvedimento, dato il loro alto costo finanziario. Al tempo stesso si propone l’introduzione del concordato preventivo triennale che rischia di consentire indebiti risparmi di imposta ad alcuni, e al tempo stesso di penalizzare fortemente le imprese in perdita attraverso un meccanismo oggettivamente molto simile alla minimum tax. Si riproporrebbe inoltre la tradizionale polemica tra redditi da lavoro dipendente e pensione (tassati in modo analitico) e altri redditi (tassati in modo forfettario), provocando così ulteriori fratture sociali.


6. La tassazione dei redditi finanziari

L’ obiettivo più evidente della riforma proposta sembra essere quello di fare diventare l’Italia un “paradiso fiscale” per i redditi di natura finanziaria (oltre –come si è visto- per le holdings) che avrebbero il prelievo più basso tra quelli europei. Il tentativo appare quantomeno, ingenuo, per un grande paese industriale che non può e non deve tendere a fare concorrenza con altre realtà che, soprattutto in ragione delle loro dimensioni, o della necessità di avviare lo sviluppo, ricorrono a strumenti di dumping fiscale. Questa scelta, peraltro, rischia di mettere nuovamente l’Italia in contrasto con gli altri paesi membri della Ue, che sulla tassazione dei redditi di natura finanziaria stanno raggiungendo un accordo proprio per evitare forme di concorrenza sleale, e si stanno orientando su livelli di aliquota minima ben più elevati.

La proposta suscita perplessità anche per altri aspetti. La misura del prelievo a cui sembra tendere la riforma, pari al 12,5%, oltre a determinare problemi di gettito, è circa la metà del previsto prelievo minimo per le imposte sui redditi (il 23%). E’ evidente quindi che, oltre a favorire coloro che possiedono ingenti masse di capitali da investire in questo modo si riapre la forbice tra finanziamento delle imprese con debito o con capitale proprio.
In ogni caso l’obiettivo della parificazione del trattamento fra titoli pubblici e gli altri redditi da capitale è corretto ed è stato l’elemento ispiratore della riforma del 1997. Esso peraltro era già stato indicato fin dall’emanazione della delega del 1997 prevedendo l’applicazione transitoria di due aliquote di imposta sostituiva (12,5% per titoli pubblici ed altri, e il 27% per le altre forme). L’obiettivo più volte dichiarato dal governo nella scorsa legislatura era quello di uniformare il prelievo a condizione che i parametri finanziari lo consentissero e in coerenza con gli accordi europei, con l’obiettivo di pervenire ad una aliquota almeno non inferiore a quella iniziale dell’Irpef (19%), secondo la logica del sistema DIT.

La scelta, poi, di abbandonare la tassazione del maturato produrrà ulteriori effetti negativi. In primo luogo, l’avvio del nuovo sistema porterà perdite di gettito, che si andranno a sommare a quelle, già rilevanti, della riduzione dell’aliquota, ma soprattutto la riforma produrrà inefficienze nel sistema. Infatti, oltre alle discriminazioni di trattamento fra i fondi (le gestioni collettive effettuate da investitori istituzionali), che saranno favoriti dal rinvio del pagamento delle imposte al momento della cessione della quota, ed il risparmio gestito individuale per il quale la tassazione avverrà in occasione del completamento di ogni singola transazione, la scelta di rimandare la tassazione all’atto del realizzo produrrà effetti di lock-in, ingessando quindi la libera scelta degli investitori con motivazioni di sola natura fiscale. Il sistema attuale è invece assolutamente neutrale.

Va anche osservato che la scelta di tassare il maturato fatta dal governo di centro-sinistra, risultava assolutamente coerente con quella compiuta dallo stesso Tremonti nel libro bianco del 1994. infatti la tassazione su base patrimoniale equivale ovviamente alla tassazione del maturato! E del resto, la scelta di tassazione del maturato con la possibilità di compensare eventuali risultati negativi è in grado anche di mantenere quella flessibilità necessaria per forme di reddito che hanno come loro caratteristica la variabilità. Non a caso la stessa ABI si è dichiarata contraria alla modifica dell’attuale sistema di tassazione che ha portato ad importanti investimenti per la loro gestione che sarebbero vanificati dalla riforma.

7. L’Irap

Per quanto riguarda l’IRAP, la delega prevede la sua soppressione senza indicare tempi e modalità (salvo la previsione della “prioritaria esclusione della base imponibile del costo del lavoro”). Al tempo stesso è previsto che il minor gettito per le Regioni sarà compensato con maggiori trasferimenti o compartecipazioni a tributi erariali. Poiché nell’art. 9 si prevede anche la “sostanziale invarianza dei saldi ... dei singoli settori istituzionali”, sembrerebbe che il minor gettito dovrebbe essere recuperato interamente a carico delle imprese. Forse attraverso l’allargamento della base imponibile dell’Irpeg? Si tratta di una ipotesi alquanto improbabile; infatti, avendo fissato l’aliquota Irpeg al 33%, ed essendo Irpeg e Irap due imposte equivalenti in termini di gettito, si tratterebbe di raddoppiare (!) l’attuale base imponibile dell’Irpeg. È più probabile che il Governo pensi in realtà a far leva sul “federalismo fiscale” per spingere le Regioni a reintrodurre i soppressi contributi sanitari per finanziare la spesa sanitaria: sarebbe un bell’esempio di innovazione e di semplificazione!


8. Conclusioni

Come già avvenuto in altre materie, anche in campo fiscale il Governo sembra ispirato dall’obiettivo prioritario di eliminare le riforme approvate dal centro sinistra. Si tratta di un approccio che non consente una particolare razionalità di intervento
Il sistema fiscale italiano è stato oggetto di radicali riforme prima nel 1972-3 e successivamente nel 1997. L’ultima riforma andava completata e integrata con una ulteriore riduzione del livello (e del numero) delle aliquote dell’Irpef e la sua evoluzione verso un sistema di imposta negativa, l’andata a regime delle DIT, e le altre correzioni ed integrazioni di minore entità, ma pretendere di abbandonarlo dopo soli 5 anni è un grave errore. Il sistema attuale infatti funziona in modo efficiente ed è stato in questi anni (compreso il 2001) l’elemento decisivo per la stabilità della finanza pubblica e la tenuta dei conti pubblici.
Anche se la portata della delega è in realtà limitata, i rischi che essa rappresenta per la finanza pubblica, e la scarsa razionalità di molti interventi sono evidenti. E non è un caso che il comunicato congiunto di Confindustria, ABI, ANIA, Confartigianato del 20 dicembre risulti molto tiepido (in realtà critico) nei confronti della riforma.


Tavola 1
Imposta e aliquote medie
Valori in € - Individui con imponibile positivo

Decili di reddito imponibile Totale imposte - media Aliquote medie per gruppo
Decile Reddito Min Reddito Max Reddito Medio Scenario BASE Scenario RIFORMA Minore imposta media Scenario BASE Scenario RIFORMA Variazione
I 0 2.000 793 43 49 -6 5,46% 6,22% 0,77%
II 2.000 7.000 4.823 159 68 91 3,30% 1,41% -1,89%
III 7.000 9.000 8.473 734 564 170 8,66% 6,66% -2,00%
IV 9.000 11.000 10.043 1.127 1.072 56 11,23% 10,67% -0,56%
V 11.000 14.000 12.921 1.762 1.717 45 13,64% 13,29% -0,35%
VI 14.000 16.500 15.694 2.570 2.509 61 16,37% 15,99% -0,39%
VII 16.500 19.500 18.312 3.364 3.096 267 18,37% 16,91% -1,46%
VIII 19.500 23.000 21.666 4.433 3.949 484 20,46% 18,23% -2,23%
IX 23.000 30.000 26.687 5.929 5.058 872 22,22% 18,95% -3,27%
X 30.000 - 48.067 14.513 10.661 3.852 30,19% 22,18% -8,01%
Media - - 16.743 3.432 2.836 596 20,50% 16,94% -3,56%




Tavola 2
Incidenza del beneficio sul complesso della popolazione adulta

Numero di soggetti
Classi di reddito Perde Indifferente Guadagna Totale
Fino a 6,250 € 993.814 15.632.516 481.120 17.107.450
Da 6.250 a 12.500 € 194.890 1.151.071 8.007.557 9.353.518
Da 12.500 a 25.000 € 609.782 5.187 13.411.578 14.026.547
Da 25.000 a 50.000 € 5.096.455 5.096.455
Oltre 50.000 € 1.017.759 1.017.759
Totale 1.798.486 16.788.774 28.014.469 46.601.729

Composizione percentuale
Classi di reddito Perde Indifferente Guadagna Totale
Fino a 6,250 € 5,81% 91,38% 2,81% 100,00%
Da 6.250 a 12.500 € 2,08% 12,31% 85,61% 100,00%
Da 12.500 a 25.000 € 4,35% 0,04% 95,62% 100,00%
Da 25.000 a 50.000 € 0,00% 0,00% 100,00% 100,00%
Oltre 50.000 € 0,00% 0,00% 100,00% 100,00%
Totale 3,86% 36,03% 60,11% 100,00%

Studi di Settore

Studi di Settore L’ammodernamento dello strumento Studi di settore comprende diversi provvedimenti, come l’evoluzione degli studi e aggiornamento annuale, la revisione della cadenza triennale, il diverso utilizzo dei cosiddetti indicatori di coerenza, nonché alcune norme transitorie per il 2006.Revisione cadenza triennaleLa norma permette di effettuare la revisione degli studi di settore, di norma, con cadenza triennale (invece dei quattro attualmente previsti), in modo tale da potere adeguare lo studio di settore alla mutata realtà del settore interessato, in tempi coerenti con lo sviluppo del settore stesso.Nuova analisi della coerenza, generalizzata ed applicabile a tutti gli StudiLa disposizione prevede che nella metodologia di elaborazione degli studi di settore vengano inseriti specifici indicatori di coerenza che concorrono alla stima dei ricavi potenziali. Gli indicatori di coerenza sono dati che oggi servono solo come punto di riferimento per gli eventuali accertamenti. La norma ne prevede l’utilizzo, invece, anche per determinare il reddito imponibile di riferimento per i diversi settori.Nuova analisi della coerenza, specifica per ogni singolo studio di settoreViene inoltre prevista una nuova analisi della coerenza specifica per singolo studio di settore..Aumento del limite dei ricavi e compensi per l’applicabilità dello studio.La norma rivede il limite massimo di applicabilità degli studi di settore.

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In particolare, viene prevista l’elevazione del limite di applicabilità degli studi di settore (attualmente fissato a 5.164.569 euro) portandolo a 7,5 milioni di euro.Resta ferma la facoltà del Ministro dell’economia e delle finanze di differenziare, per ciascun studio di settore, lo stesso limite in funzione delle caratteristiche del settore, della numerosità dei contribuenti interessati o di altre caratteristiche specifiche. L’elevazione del limite è, tra l’altro, in linea con l’aggiornamento dei valori monetari relativi al periodo 1996-2005.Abolizione di alcune cause di esclusione di inizio e cessazione di attivitàViene previsto che non siano esclusi dalla applicabilità degli studi di settore gli operatori che chiudano e riaprano la stressa attività nel volgere di sei mesi o coloro che avviino un’attività acquisendo un’impresa già esistente.Accertamenti da studio di settore: norma interpretativaViene introdotta una disposizione normativa in base alla quale gli studi di settore assumono maggior rilevanza ai fini degli accertamenti.Sanzione per dati non veritieriLa norma mira a contrastare l’inesatta indicazione dei dati strutturali richiesti nell’allegato agli studi di settore, accentuando le sanzioni.

Manovra, cambiamola in Parlamento

Contro la Finanziaria dell'Unione il centrodestra farà "una opposizione su tutta la linea partendo dal Parlamento: poi può darsi che si riveli utile una serie di manifestazioni sui singoli punti". Silvio Berlusconi ha sottolineato come comunque la Cdl intenda organizzare una serie di proteste in varie citta' d'Italia sui singoli capitoli della manovra: "dalle tasse all'imposta di successione, dall'esproprio nei confronti delle famiglie al Tfr".

"Credo - ha continuato Berlusconi - che sia utile una azione di protesta visibile. Del resto e' una richiesta che ci viene da molti cittadini che ci telefonano e ci scrivono, perche' questa Finanziaria ha scontentato tutti, sia da una parte che dall'altra".

Secondo Berlusconi in ogni caso sarà "molto difficile emendare" la Finanziaria che il governo sta varando, perche' "per come e' impostata si ispira a principi opposti a quelli che noi abbiamo applicato: sembra finalizzata a distruggere tutto quello che abbiamo fatto in cinque anni di governo". Lo dice il leader di FI, Silvio Berlusconi, commentando la manovra del centrosinistra.

"Ancora una volta - ha aggiunto l'ex presidente del Consiglio - la sinistra non ha capito che per sostenere la crescita bisogna diminuire le spese e non aumentare le tasse. Fanno esattamente il contrario - ha aggiunto - di quello che l'economia ha insegnato"

Notizie del Mercato e le Informazioni di Investimento

ROMA (Reuters) - Dal 1° gennaio 2007 sarà istituito presso l'Inps un fondo per la gestione del 50% del Tfr inoptato dei lavoratori dipendenti del settore privato.

Lo prevede il ddl Finanziaria 2007 depositato oggi in Parlamento.

Sul conto, aperto presso la Tesoreria statale, confluirà dunque la metà del Tfr dei lavoratori che non sceglieranno di destinare la liquidazione ai fondi pensione. Il restante 50% resta all'impresa.

Le risorse del fondo sono destinate ad investimenti in infrastrutture e, unite alle risorse che restano in capo alle imprese, saranno corrisposte al lavoratore al termine della propria attività.

Gli stanziamenti relativi agli interventi, secondo il comma 7 dell'articolo 83 del ddl, "sono accantonati e possono essere utilizzati subordinatamente alla decisione delle autorità statistiche comunitarie in merito al trattamento contabile del fondo e alla conseguente compatibilità degli effetti complessivi con gli impegni comunitari assunti in sede di valutazione del programma italiano di stabilità".

Per la campagna informativa, la Finanziaria stanzia 17 milioni di euro.

Le modalità di tali norme saranno fissate da decreti da emanarsi entro 30 giorni dall'entrata in vigore della manovra.

A compensazione delle imprese, che perderanno parte della liquidità finora garantita dal Tfr, si prevede dal 1° gennaio 2008 l'esonero dal versamento dei contributi sociali dovuti alla gestione delle prestazioni temporanee. L'esonero andrà in via prioritaria agli assegni familiari, di maternità e di disoccupazione. Qualora l'esonero non trovi capienza con i contributi effettivamente dovuti dal datore di lavoro, per il singolo lavoratore, "l'importo differenziale è trattenuto, a titolo di esonero contributivo, dal datore di lavoro sull'ammontare complessivo dei contributi dovuti all'Inps".

L'onere di tale misura è stimato in 455 milioni per il 2008, in 530 mln dal 2009

Finanziaria, slitta il Tfr ci sara' una legge a parte

ROMA - Slitta l'atteso e contestato provvedimento del governo sul Tfr. La misura che dovrebbe consentire ai lavoratori di versare la liquidazione nei fondi previdenziali complementari non rientra nel pacchetto dei collegati alla Finanziaria oggi approvati da Palazzo Chigi. "Si dovrà attendere un disegno di legge a parte che non tarderà a venire", ha spiegato il premier D'Alema. Una scelta che ha convinto la Cisl, soddisfatta perché il governo ha evitato "uno scivolone politico", ma che non è piaciuta alla Uil, critica con D'Alema perchè ha "abdicato alle pressioni esterne".

Sul provvedimento per dirottare il Tfr nei fondi previdenziali complementari la polemica è accesa da tempo: la Confindustria critica nel merito la proposta, che toglierebbe alle imprese il capitale che si accantona ogni mese per poterlo versare in un'unica soluzione al dipendente. Tra i sindacati non c'è, invece, una linea comune sul metodo: come rendere libera la scelta del lavoratore di versare altrove il suo salario differito?

In questo clima il governo ha deciso di prendere tempo: "Non abbiamo rinunciato al provvedimento sul Tfr - ha spiegato a caldo D'Alema in una conferenza stampa che ha segnato anche il debutto sul web del premier (in 500 l'hanno seguita in diretta, ha fatto sapere Palazzo Chigi) - ma non sarebbe stato giusto operare una forzatura della risoluzione del Dpef, che non prevede un collegato sulla previdenza integrativa". D'Alema, nel sottolineare che il governo tornerà presto sulla materia, ha comunque sottolineato che il disegno di legge non riguarderà il trattamento di fine rapporto accumulato fino ad oggi dai lavoratori, ma quello che verrà accantonato nel futuro.